lunedì 7 agosto 2017

Suss l'ebreo di Lion Feuchtwanger




Romanzo scritto da uno specialista del romanzo storico e si vede. 
Ben strutturato, rigoroso, documentato. Nello stesso tempo, si legge come un romanzo di appendice (con figure femminili magnifiche) del quale mutua spesso tonalità stilistiche e atmosfere. Ma è solo una veste letteraria ben cucita. In realtà è un romanzo che aggroviglia una storia attorno ad un tema, o meglio a una tesi, piuttosto che ad un’epoca e ad un uomo. Ed è utile leggerlo nei nostri tempi perché si tratta di un tesi che rimanda all’eterno problema dell’integrazione del migrante e del diverso per religione, costumi o pelle.

Oggi, mentre un pezzo di mondo si schiera sotto la bandiera con su scritto “padroni in casa propria”, fa bene andare a leggere una vicenda paradigmatica di un popolo che per millenni è vissuto sotto il motto opposto e cioè “ospiti in casa di tutti”. Ed è utile guardare gli aspetti anche psicologici, opposti, di questa condizione. Da una parte il bisogno di conservare e rivendicare un’identità, una religione, una cultura, delle abitudini. Dall’altra, l’esigenza di integrarsi, accettare e farsi accettare, garantirsi una benessere e una stabilità materiale di vita, proteggersi dalle persecuzioni e dal rigetto che colpisce ogni corpo estraneo in qualsiasi organismo. Gli ebrei hanno sviluppato tecniche e strategie di adattamento e progetti di vita diversissimi per mettere insieme queste esigenze. Ma nonostante questo niente gli è stato risparmiato.
Suss è un personaggio interessante anche per un’altra ragione: non è tagliato con l’accetta. Non è un buono, non è un personaggio positivo, ma non è solo un cinico feroce. È un ebreo che vuole vincere restando tale. Vuole successo sociale, soldi, case, gioielli, servitù, potere, donne, titoli nobiliari senza nascondersi. Non accumula come i suoi correligionari solo cose preziose con cui poter scappare in qualsiasi momento si profili una persecuzione. Lui si radica con palazzi e servitù e si espone ben in vista nella comunità in cui vive. Fa fruttare gli straordinari talenti che ha, non tutti commendevoli, e non lo fa per il mero gusto narcisistico di rispecchiarsi nel successo sociale. Gli interessa la concretezza del successo, non le sue luci. Vuole incidere, fare, determinare nel bene e (forse soprattutto) nel male i destini. Fa compromessi, sacrifica sentimenti, persino quello della paternità, lascia vittime dietro di se, suscita odi pur di raggiungere l’obiettivo. Almeno fino a quando la vita non lo inchioda ad un dolore più grande di lui. Fosse solo un libro di ambiente ed avventure sarebbe già un bel libro.

Sennonché, questo suo comportamento cozza anche con due cose fondamentali che appartengono alla cultura profonda degli ebrei. La prima è tutto è vano e precario nel mondo: potere, fortune e successi. Possono sparire, esserti tolti da un giorno all’altro. E dunque è vano rincorrerli “come è vano rincorrere il vento”. E la seconda è che l’unica cosa che li tiene uniti e li fanno sentore qualcosa di importante al mondo è il Libro, il rapporto che li lega al dio che li ha nominati “popolo eletto”. “Nulla abbiamo al di fuori del Libro” dice una delle preghiere delle feste importanti. Tutto il resto, le cose a cui Suss tiene tanto, per tutti gli altri suoi simili sono chimere, stupidaggini. Vanità è la parola che usa la Bibbia e che contrae in se insieme i significati di vano, senza senso e di vanesio, finalizzato solo ad uno stupido autocompiacimento. E questo spiega perché sbeffeggiato, oltraggiato, “l’ebreo lasciava fare”. La pazienza fino alla rassegnata passività nasce da questo retroterra di orgogliose convinzioni sulla pochezza delle cose del mondo e sul suo essere “eletto” da Dio. Suss è orgoglioso, ma non è né paziente, né tanto meno rassegnato. Potrebbe persino fuggire quando scopre il mistero nascosto nella sua identità, ma si rifiuta di farlo. Il perché non lo racconto, ma aggiunge un elemento di fascino decisivo alla sua figura e al romanzo.
Ad un certo punto qualcosa lo riunirà ai rassegnati, ai pazienti. E sarà l’odio degli altri contro tutti gli ebrei, qualsiasi atteggiamento essi abbiano scelto di avere per rivendicare il diritto di esistere. per il fatto stesso di essere diversi. Questo è il messaggio-tesi, la denuncia forte che Feuchtwanger vuole lasciare. Prende un ebreo cattivo e prepotente, diventato ricco e potente e dimostra che comunque e alla fine è solo per il fatto stesso di essere riconosciuto come "altro", che viene perseguitato e sopraffatto. Esattamente come i tanti dimessi e rassegnati che hanno ambito solo a nascondersi. Ci pensarono poi i nazisti a rafforzare il messaggio che qualsiasi cosa faccia un israelita lo si può ritorcere contro di lui. Presero questo romanzo profondamente intriso di cultura ebraica illuminata e ne trassero un film nel quale Suss diventa il campione spregevole e nefasto dell’ebraismo, che è perfido e criminale in quanto tale. Il film ebbe un grandissimo successo e divenne un pilastro della propaganda dello sterminio.


Ultima annotazione. Allo scarabookkiante è sembrato molto bello in modo in cui l’autore gioca e si fa beffa delle identità e salva dal degrado generale solo le figure legate alla tutela razionale ed illuministica del diritto e della giustizia.

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