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mercoledì 13 gennaio 2016

Uomini schifosi e l’elogio della fuga




Mi viene in mente di primo acchito  una raccolta di racconti, una delle cose migliori di Dave Foster Wallace, Interviste con uomini schifosi, ma, definizione a parte, non è che c’entri niente con quel che devo scrivere.

Ce lo teniamo buono solo per il titolo, il libro di DFW.



Di sicuro c’entra di più questa scena di FF.SS.  un vecchio film di Arbore (scena da ridere, ma solo per stomaci forti).




Funziona proprio così: il disgusto, lo schifo ha un  perverso potere magnetico al quale vorremmo resistere, ma qualcosa finisce per piegare la nostra forza di volontà e vince sull'immediata e sempre rimontante repulsione.

Un potere simile su molti ce l’ha anche l’esercizio del male, della crudeltà. Senza arrivare alla sindrome di Stoccolma che lega con una insana forma di affetto la vittima al suo carnefice c’ è una forma di perversione che attrae verso lo  spettacolo del dolore procurato. E’ quella che fa la fortuna dei generi  trash e splatter e roba simile. Ma anche questa è un’altra storia.

Perciò restiamo sugli “uomini (solo) schifosi”.

Un esempio. Che poi è la situazione che mi ha messo “la penna in mano”. Una delle cose che mi fa più schifo è trovarmi a guardare qualcuno che mangia con la bocca aperta. Ultimamente m’è successo con un conoscente, un tipo silenzioso, umbratile, con poco senso dell'umorismo. Non so come  è capitato che s’infilasse in una comitiva con cui uscivo a cena abbastanza spesso. E così ho scoperto che ha quel difetto lì. E’ uno di quelli che ti lasciano zoommare sul bolo in formazione, che ti fanno seguire in moviola tutte le evoluzioni linguali, che ti impongono la contemplazione  della loro ginnastica masticatoria, che espongono senza barriere l’accesso alle mucose buccali mentre sono irrorate sia per via endogena che attraverso sorsate di liquidi esterni. E con tanto di slappettii sonori. 
Lo trovo uno spettacolo insopportabile. Soprattutto perché finisce col fare l’effetto della tv,  quella peggiore: scippa lo sguardo, impone il ritorno ciclico quasi ineluttabile e sempre sofferente, dell’attenzione. Vorresti non vedere, distogli gli occhi, ma non si sa come né perché quelli, lì finiscono per  tornare. C’è una forza indipendente e nemica che ce li riporta. Una tortura  che ci si autoinfligge senza necessità. Nel senso che magari il tipo non ti è nemmeno seduto proprio davanti. Potresti tenerlo fuori dal tuo quadro visivo. E invece scopri tuo malgrado che ci vai apposta con lo sguardo. Non si capisce per quale immonda ragione, ma ci vai. Prima o poi ci vai. E poi ci torni ancora.


E’ così. Ogni volta era così con questa persona. Non sapevo che fare. E sembrava non esserci via di scampo.
Invece c’è. Ed è una via che si può, si deve imboccare (si scusi il verbo). E che torna utile davanti a fastidi e avversità anche maggiori di questa. Una Via Maestra, che tante volte mi ha portato fuori da situazione ben più che fastidiose. 
Insomma, il mio persecutore masticatorio mi ha spinto verso l’ennesima (nella mia vita) rivalutazione etica della Grande Via della Fuga.
E così mi è tornato in mente un bellissimo saggio di Henri Laborit che si chiama appunto “Elogio della fuga”, consigliatissimo.



E anche questa  bellissima canzone di Paolo Conte



Eh si: “La fuga nella vita, chi lo sa… …che non sia proprio lei. la quinta essenza”.  Ha proprio ragione. Eppure la fuga è concetto che in generale suscita  nel comune sentire riprovazione, aperta condanna.  Viene associata a irresponsabilità, vigliaccheria, mancanza di carattere, onesta, lealtà, affidabilità.

E’ vero il contrario. Sottrarsi a certe frequentazioni, a certi rapporti di amicizia o sentimentali,   a certi ambienti di lavoro, sociali o addirittura familiari è cosa buona e giusta. E va fatta come si deve fare una fuga: senza dar troppe spiegazioni, anzi senza darne affatto.  Come in questa scena di Amici miei, diventata famosa per l’ultima parte, quella degli schiaffi. Ma prima c'è una fuga da manuale...




Voglio dire che uscire silenziosamente non è solo un metodo efficace per migliorarci la vita, un’ottima soluzione in tante circostanze altrimenti insopportabili e con vie di uscita alternative tutte peggiori. E’ proprio una  cosa eticamente ineccepibile, più che corretta, altrochè. E’ un diritto onorevole e sacrosanto, da difendere e praticare ogni volta che  riconosciamo la scelta  come opportuna, utile per noi e persino per chi ci lasciamo alle spalle, lasciandolo al suo destino. Perché la fuga non è affatto sempre e comunque una scelta meschinamente egoista.  Ci sono situazioni dalle quali è salutare allontanarsi anche per il benessere di ciò che abbandoniamo.

Tornando ai miei pranzi, non ho più frequentato quella comitiva conviviale. Via. Sparito. Così come non più voluto avere rapporti con qualche persona, amica o  anche di più, che un tempo adoravo e poi ho scoperto che vivendo male e pensando peggio mi avvelenava la mente. Così come non guardo i talk show, non vedo i cinepanettoni, non leggo i libri horror, non ascolto la musica metal. 

All'opposto dei moralisti c’è chi riterrà si stia dicendo solo una banalità, che tutti si costruiscono un mondo più o meno a misura.  Chi dice queste cose di solito sta per obiettare sulla correttezza, secondo loro dovuta,  di una spiegazione della fuga. Ecco,  questi  si sbagliano più di tutti. Le spiegazioni in certi contesti di relazione, nelle situazioni del tipo di cui si parla qui sono un modo sgradevolissimo per perdere tempo, esporsi a rischi inutili (di equivoci, rancori, ferite più o meno metaforiche) e infligger/si gratuitamente atti di crudeltà. Detesto la reticenza nei rapporti a cui tengo. Ma per le stesse ragioni penso che sia salutare per  quelli da rottamare.

D'altronde l’alternativa corretta quale sarebbe? Quella didattica del tipo “perché fai così? t’insegno io”. Macché! Non cambierai mai a quello lì il modo di masticare. E forse non è nemmeno giusto; magari (mi pare incredibile, ma può essere) a nessun altro dà così fastidio. Un atteggiamento di questo tipo presuppone in qualche misura e più o meno consapevolmente una pretesa da  “principe azzurro” , che  muove da una convinzione del tipo “sei un ranocchio brutto e sfigato, ma io ti bacio e ti trasformo in una bellissima principessa” che da adesso masticherà la vita con una graziosissima pudicizia. Pura presunzione.

Non riuscirai mai a correggere la mancanza di attenzione verso gli altri di certe persone;  a cancellare un certo modo di usare le buone maniere di quell'amico o di quel vecchio amore che le esibiscono a se stessi e agli altri per nascondere i cattivi sentimenti;  a rimuovere i sensi di colpa velenosi di quella collega che calpesta tutto quel che incontra per far carriera; a rimuovere l’atteggiamento di spregio snobistico dettato dall'invidia sociale o dal risentimento di certi altri o il perbenismo acrobatico ed ipocrita di altri ancora (tanto per citare alcune delle abitudini  male educate che non sopporto al pari o più della masticazione open). E poi bisogna sempre porsi la domanda (e rispondersi con umiltà) “chi sono io per emettere un giudizio e pensare di imporre un comportamento a chicchessia?”

Piuttosto, appunto, allontanarsi in silenzio. E' la scelta più rispettosa ed educata. E ognuno viva la sua vita. Persino chi ha la cattiva propensione a cercare vendetta, con un minimo di saggezza apprezzerà la medicina omeopatica, efficace e non tossica, dell’indifferenza, che traghetta nel silenzio verso l’oblio. Certo, capiterà che qualcuno scambi la nostra scelta di fuga per caratteriale scontrosità (il mio amico lo sta pensando di sicuro) o addirittura per manifestazione di odio, di rancore, di rabbia o di chissà qual altra cattiva disposizione d'animo. Che fare? In assenza di esplicite richieste di spiegazione: ancora una volta, ovviamente, niente. Ognuno va lasciato libero di bollire nel brodo che si è scelto.

Ci sono i casi speciali, certo, rari,  in cui una spiegazione viene richiesta. In modo aperto,  magari con i toni giusti, forse con un sincero interesse, una vera attenzione, un autentico dispiacere, una reale disponibilità. Il dubbio di esserci sbagliati a quel punto può affacciarsi e bisogna sempre essere aperti al dubbio.  Lì in effetti si apre a volte un passaggio che può essere difficile. E che può portare ad esiti imprevedibili tra cui la ri/nascita di certi rapporti destinati forse a quel punto a diventare specialissimi. Oppure il prodursi di quella rottura violenta e irreparabile che con la fuga avevamo voluto risparmiare a tutti. Ma sono casi rarissimi, purtroppo e  per fortuna.