venerdì 18 maggio 2018

Lincoln nel Bardo di George Saunders



In quanto a originalità e stravaganza in effetti scherza per niente qui Saunders. Già solo tecnicamente, come costruzione narrativa, è roba audace assai.  Incastro di pezzi di testimonianze vere e di fantasia (con tanto di estremi delle citazioni, autentiche e inventate) attorno al decesso del figlio bambino  di Lincoln e di quel che ne seguì, nella realtà e nell’immaginazione. Da questo punto di vista un’opera di bravura. Soprattutto perché incredibilmente si fa leggere; anche  con piacere. Il ritmo paradossalmente guadagna da questa struttura modello Lego. Gli incastri sono veramente perfetti, i personaggi si fanno riconoscere subito (prima di leggere in calce di chi si tratta), i cambi di scenario sono agili, i tempi di respiro della lettura sono ben cadenzati. Insomma, un romanzo scritto seduto sul filo dell’acrobata, ma bene.

Poi, è audace anche nella scelta del soggetto: la storia si incardina nel piccolo spazio che da sempre si fantastica ci sia subito dopo la morte, in quello che viene chiamato appunto Bardo, passaggio tra  la vita e un Aldilà a scelta.
Ne viene fuori qualcosa che inevitabilmente rimanda alla letteratura sul tema: dal Libro tibetano dei morti alla Divina Commedia, all’Antologia di Spoon River. Alcune pagine, soprattutto sul tema della perdita, sono da incorniciare; altre trasmettono una tristezza crepuscolare, struggente. In particolare quelle sul passato perduto,  che non si è vissuto e mai si potrà vivere. Allo scarabookkiante  sono piaciute molto. Poi ci sono immagini potenti. Per esempio lo è quella del Lincoln straziato che nerovestito  e segaligno cavalca di notte su un piccolo cavallo lasciando il figlio alla sua prima notte nella tomba. E lo è, potente, quel che va pensando (in quelle pagine sta l’essenza del libro).
I difetti.  Esagera forse col numero dei personaggi (una folla sterminata),  con le trovate da film dell’orrore sugli zombie che adesso imperversano (sarebbe interessante capire bene il perché di questa moda), esagera con certi effetti speciali da cartone animato. 

Però è proprio tutta questa animazione a rendere il romanzo scorrevole e gradevole. Contribuisce, come le caratteristiche tecniche di cui s’è detto, a fare quella che secondo me è la migliore qualità del libro: veicolare in forma cinematografica e favolistica, con una infantile per quanto dolorante leggerezza, il tema orribile per antonomasia.  Riesce così a  ottenere quello che vuole e cioè tirare fuori un senso positivo dalla presa di coscienza e dall’accettazione dell’ineluttabile e della perdita, che è il vero filo rosso della storia. Un senso che va  in una direzione giudicabile come si vuole, ma di sicuro è una visione che con i suoi echi orientali ha una sua saggia nobiltà e una sua meditata compiutezza. Anche per questo è un romanzo convincente, che commuove e diverte.

martedì 15 maggio 2018

Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria




Ogni tanto capita di incappare in libri veramente strani. Magari per il contenuto o anche per la storia editoriale. A volte sono romanzi magnifici (come Il Segreto, di Anonimo triestino, per esempio). In altri casi, come in questo, sono libri inquietanti, misteriosamente profetici e con un’atmosfera dentro da “libro maledetto”. L’autore è un intellettuale torinese con una vita (e anche una psiche) parecchio complicata e finita parecchio male. A suo modo, lui stesso “un maledetto”.

Giorgio De Maria
E’ uno di quei libri che seguono percorsi carsici: appaiono in circostanze strane, spariscono e poi ogni tanto ricompaiono. Ignorato per anni in Italia, adesso è stato ristampato e persino tradotto e pubblicato negli USA con recensioni autorevolissime ed entusiastiche. Di recente è riapparso durante un dibattito del Salone del libro di Torino. 

Un centinaio di paginette (molto ben) scritte nella seconda metà degli anni settanta per raccontare fatti immaginati risalenti a dieci anni prima. 
Una Torino spettrale e misteriosissima (ma anche “slabbrata e segretamente febbricitante magica e satanica”), dove si sente costantemente (chissapperchè) puzza di aceto; un’epidemia di insonnia, morti surrealmente violente per mano di ignoti assassini che usano corpi umani come clave (come a dire: vite usate per distruggere vite); e poi, immondizia che si alza in cumuli nella tromba delle scale e, in un’ala del Cottolengo, statue che forse si cambiano posto nelle piazze e al centro la “Biblioteca”. Una percezione costante di un  Male oscuro, impossibile da decifrare, che però entra dappertutto. La conclusione è kafkiana, ma insieme con Torino è la “Biblioteca” la cosa più importante. Di sicuro la più sorprendente (specie per gli americani). Ha che fare poco con l’idea che la parola suscita. Ha molto a che fare invece  con i moderni social network, con facebook. Che descrive profeticamente in natura ed effetti quindici anni prima che di internet si cominciasse solo a parlare.


La “Biblioteca” viene istituita da ragazzoni sanicci, ben vestiti e ben tosati, vagamente fascistoidi, che sembrano Zuckemberg (incredibile) in contrapposizione con la lettura, con la narrativa, con i libri. Ecco cosa dice uno di loro:
“A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea... noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari... possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba?» «Sì, qualcosa avrei scritto, adesso che ci penso.» «Ebbene, perché non ce lo porti? Troverai certo qualcuno che ti leggerà e che si interesserà ai tuoi problemi... noi faremo in modo di metterlo in comunione con te e diverrete amici, vi sentirete più liberi. È una cosa importante quella che facciamo, visto che oggi è diventato così difficile comunicare……La prospettiva d’«esser letti» fluttuava lontana, come un fascinoso miraggio. Miraggio «reale» tuttavia, come «reali» erano le cose che venivan scritte. Io darò me stesso a te, tu darai te stesso a me: su questa umanissima base sarebbe avvenuto il futuro scambio”.

L'edizione americana
E così si comincia a raccogliere tutto quello che viene scritto in privato per essere condiviso e scambiato pubblicamente: un pensiero, una paginetta, un opuscolo, un diario. La gente si mette in fila o va in giro a depositare e raccattare notizie e pensieri; i propri e quelli altrui. Si passa il tempo (non potendo dormire) succhiando di nascosto la vita e i pensieri degli altri. L’immagine di un lago che si prosciuga si affaccia negli incubi che ricorrono in tutto il libro. Nel fondo del lago prosciugato si vedono solo bassorilievi. Anche qui, una sorta di virtualizzazione ante-litteram delle persone (oggi li chiamiamo “profili” e tutti veniamo profilati).
Inopinatamente, al là delle intenzioni dei promotori, questo meccanismo fa venir fuori e moltiplica tutte le malvagità, tutti i demoni; esibisce e mette in circolo tutte le povertà umane; stimola e amplifica con l’esibizionismo tutte le rabbie, le disperazioni, i bisogni di riconoscimento. Le solitudini, anziché lenirle le accentua, le esaspera, le fa esplodere in un rancore esplicitato.
Non è un caso se la violenza che si scatena nelle strade e tra i monumenti di Torino e che dura venti giorni, si accompagni con la Biblioteca e finisca con lei. Poi tutto viene rimosso e dimenticato. Finché qualcuno non comincia ad indagare. Dieci anni dopo.

Sarà che il libro in effetti rende benissimo il clima cupo, da “passioni tristi” (anche quello attualissimo). Sarà che ad inquietare non è solo l’intuizione, ma (ancor più) l’analisi di genesi ed effetti del fenomeno “social” senza ancora immaginare la scoperta della dimensione virtuale, senza il web. Fatto sta che a leggere questo romanzo davvero si prova una forma di paura, a tratti raggelante, come potrebbe accadere davanti all’apparire di un fantasma mostruoso, di qualcosa di inspiegabile, di un miracolo satanico.

lunedì 7 maggio 2018

Tutto quello che è un uomo di David Szalay





Un gran bel libro. Originale soprattutto, per senso e struttura, anche se la cosa migliore è la scrittura. Senza quella, senza quella qualità non avrebbe retto. Un falso minimalismo. Sembra vetro ed è cristallo. Sfaccettature di senso, limpidezza di descrizione, capacità di cogliere e scomporre nel dettaglio la luce delle cose e del modo in cui vendono viste e vissute. Ma anche fragilità. Un meccanismo delicato, in cui il lettore deve entrare e non distrarsi, prestare attenzione ai dettagli. I paesaggi, su e giù per l’Europa, sono importanti e sono resi con grande nitidezza. Fanno pensare all’America di Hopper. Frasi spesso brevi. Aggettivazione precisa. È semplice come stile, ma devi essere molto bravo per essere così semplice. Altro ingrediente importante: la punteggiatura. Non è solo tecnicamente corretta, ma viene usata benissimo per sincopare il ritmo di lettura. 
La trama scansa tutte le possibili evoluzioni ad effetto, i colpi di scena. Quando c’è qualcosa che potrebbe somigliargli (un fatto importante, una decisione-chiave) lo si lascia scivolare senza nessuna impennata del ritmo, nessun alzo di tono nella scelta delle parole. Ed è una scelta funzionale al senso complessivo del libro: della normalità drammatica con cui le vite scivolano barcamenandosi nella corrente delle cose, per quanto turbolenta possa farsi.

David Szalay
Sono racconti, come fotogrammi di vite, ma messi insieme secondo me fanno un romanzo. E il filo che li lega non è solo lo scorrere delle stagioni della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia. Se Szalay avesse lasciato che in ciascun racconto il personaggio fosse lo stesso fotografato in un momento diverso ne sarebbe venuto fuori un tipo umano con una sua connotazione abbastanza coerente. Limitato e ristretto nella sua individualità, però. Sarebbero saltate le possibili varianti, le differenze, che uomini diversi portano con sè (status, cultura, aspetto fisico ecc). E sarebbe saltato il concetto che al di là di queste differenze, al di là delle nostre individualità, c’è per tutti qualcosa, un modo di farsi sentire della vita che li/ci accomuna davanti al corso delle cose. In questo, lo scrive, ad un certo punto, “Pensiamo di essere speciali, e invece siamo tutti uguali”. Probabilmente lì sta una delle cellule germinali del libro e anche la sua genialità. 
Letteratura maschile, senza dubbio, per angolo visuale e sensibilità. Di una tristezza cruda, asciutta. Sono storie di uomini, d’altronde, raccontati nella loro solitudine interiore. Hanno sempre davanti un futuro avvolto nella nebbia e da un certo punto in poi la consapevolezza nuda della fine. Intanto, qualcosa sta per accadere; forse qualcosa o qualcuno sta per dar loro un'opportunità o per far loro del male. Oppure è una turbolenza che chissà dove porta. Sono uomini insomma davanti ad un passaggio stretto, un bivio, un momento in cui forse qualcosa che vale la pena di fotografare si sta determinando. Forse. E questa tensione sottile, questa incertezza corre lungo tutte le pagine. Come una corrente a bassa intensità.
Personaggi che tentano come noi tentiamo, chi più chi meno, di fare le scelte, le possibili correzioni di rotta, le virate di volontà; ma con la forza della corrente delle cose comunque bisogna fare i conti. Si può aver ragione a volte, ma alla fine del gioco è quella che vince. Il senso o, meglio, il dubbio di una incapacità, di non essere all’altezza, permea ogni pagina. A volte c’è il sapore di una sconfitta; che viene per lo più accettata come inevitabile. Fosse anche solo dell’unica sconfitta che a tutti tocca, quella finale, senza rivincita. Poi, occasioni mancate e, magari indossando un sorriso, il triste ripiego dell’accontentarsi: di un’altra donna, di un compromesso, di una nuova città, di un lavoro diverso, di una direzione del destino che non è quella che avevi immaginato e provato a imprimere o che per un attimo pensi di aver intravisto. Della percezione infine che forse una speranza, in qualcosa di misteriosamente nascosto nel tempo infinito che ci precede e ci seguirà si può immaginare di riporla.
Una conclusione delle storie (sono nove) non c’è mai. Le storie, d’altronde (tutte, anche la nostra), scorrono e continuano a scorrere anche dopo che sono finite, in qualche modo: nell’immaginazione, nella memoria che lasciamo, nel tempo dell’universo, appunto. Anche quando abbiamo finito di leggerle e anche quando non ci siamo più. Magari questo, forse, contiene il germe di quella speranza estrema, avvolta nella nebbia. Chissà.
Se fosse una canzone sarebbe questa.
https://www.youtube.com/watch?v=mnYwK...


venerdì 27 aprile 2018

Nascita di un ponte e Riparare i viventi di Maylis de Kerangal
















Letti di seguito i due libri della De Kerangal (che splendido nome questa donna: Maylis Suzanne Jacqueline Le Gal de Kerangal. Non è bellissimo?), invertendo l’ordine con cui li ha scritti forse si apprezzano meglio.
Sono due romanzi molto diversi per soggetto, ma  molto simili per struttura e stile. Uniti da un comun denominatore che sembra essere anche la cifra letteraria dell’autrice. Una cosa che fa pensare ad un vecchio saggio di Fredric Jameson sul post-modernismo in cui diceva che tutta la corrente culturale che domina il nostro tempo, il post-modernismo appunto, è nata e si è sviluppata a partire dall’architettura e dal rapporto con gli spazi. Da lì ha poi inglobato e prodotto correnti che si sono manifestate in letteratura, cinema, musica, fotografia e quant’altro. Ecco, collocazione letteraria a parte,  al centro delle storie e della prosa di questa francese c’è esattamente questo: la percezione e la descrizione dello spazio. C’é il modo in cui il territorio è influenzato dalla presenza e dall’azione dell’uomo. E in c’è il modo in cui lo spazio, gli ambienti riflettono e insieme condizionano i sentimenti degli uomini.
Per capirci meglio, la delusione di una donna innamorata diventa una cosa così: 
“la disillusione le devasta i territori e il retroterra, oscura i volti, vizia i gesti, confonde le intenzioni, si gonfia, prolifera, inquina i fiumi e le foreste, contamina i deserti, infetta le falde freatiche, stacca i petali dei fiori e infanga la pelliccia degli animali, chiazza la banchisa oltre il circolo polare e insudicia l’alba greca, imbratta le poesie più belle di una triste iattura, distrugge il pianeta e tutto quel che lo popola dal Big Bang fino ai razzi del futuro, e rimescola il mondo intero, quel mondo che suona vuoto: quel mondo disincantato.”
Maylis De Kerangal
Ed è molto brava la De Kerangal  non solo a descriverli gli spazi e gli ambienti, ma anche a trasferire nelle  parole la suggestione che veicolano, il senso esistenziale che assumono nella storia che sta raccontando. Anzi, nelle storie. Perché in tutti e due i libri si tratta di più storie intrecciate attorno ad un evento catalizzatore: la costruzione del ponte da una parte e il trapianto degli organi di un ragazzo morto in un incidente (roba emotivamente incandescente, avverto). Sono storie che hanno un taglio preciso, che sanno dove vogliono andare a parare. E siccome sono dominate dagli spazi e dalle architetture non a caso lei parla di traiettorie. Sono traiettorie di esistenza che hanno un punto di origine nel passato, si avvicinano, si incrociano, poi si allontanano lasciando una scia nel futuro e nella nostra immaginazione.
La cosa migliore dei due libri è la qualità della scrittura, con un periodare variato su registri diversi, con un gran senso del ritmo e della tensione narrativa. A volte periodi lunghissimi e tumultuosi che hanno però una loro controllata scorrevolezza, una loro armonia. A volte frasi secche, quasi apodittiche. E infine la lingua e in modo assolutamente speciale l’aggettivazione: audace, originale, che non rinuncia mai a suggerire suggestioni, ma sempre precisa, mai arbitraria. Si, decisamente due ottime letture.

domenica 22 aprile 2018

domenica 15 aprile 2018

Lonesome dove di Larry McMurtry



Per quanto tardivo e anche per questo, forse, definitivo, è un western puro. Senza la profondità metafisica e shakespeariana di Cormac McCarthy; senza la leggerezza manichea dei vecchi western cinematografici; e senza il revisionismo pentitista dei nuovi antiwestern, da Balla con i lupi in qua. Quello che ne fa davvero un gran romanzo è che vale un buon libro di storia quanto a narrazione di quel fenomeno epico della conquista del west che fu fondativo degli Stati Uniti. E capire meglio in questo momento gli Stati Uniti, da dove vengono e come, è una cosa importante.


La mappa del viaggio  di Gus e Woodrow
Da questo romanzo si ricava un’idea abbastanza precisa di chi erano e cosa volevano e cosa hanno fatto davvero per ottenerla quelli che partendo dai margini della civiltà europea nel pieno della prima rivoluzione industriale, andavano a tentare di conquistarsi un pezzo di mondo percorrendo verso ovest un continente sconosciuto e bellissimo, ricco di risorse e possibilità e altrettanto pericoloso. E' il racconto del lungo viaggio dal Texas al Montana di Gus McCrae e Wodrow Call, alla ricerca di pascoli più verdi per impiantare un ranch. Ci sono le ruvidissime relazioni umane, il cameratismo e l’individualismo, il maschilismo pre-cosciente, ignaro, sofferente e feroce. E c’è la vita difficile delle donne in una società pre-stanziale in cui contano più di tutto la forza e l’intelligenza predatoria; e in cui loro stesse sono come la frontiera:  un territorio sconosciuto, altrettanto attraente e pericoloso, da sognare e conquistare. Ad un certo punto Gus dice: “combattere mi piace ancora. Aguzza l’ingegno. Il solo altro modo per aguzzarlo è parlare con le donne, e di solito è piú pericoloso”.  Eppure uno dei personaggi più belli è proprio quello di una donna, Clara. È il sogno impossibile proprio di Gus McCrae e forse di tutto un genere di umanità maschile che è e già era attratta e spaventata da una compagna forte nella sua profonda femminilità gelosa della propria autonomia. 

C’è una natura nemica e ci sono gli indiani, vissuti tutti e due allo stesso modo: senza manicheismi e col terrore suscitato da qualcosa di ignoto e incontrollabile. Facendo la somma dentro queste pagine c’è appunto la radice principale dell’America; una radice fatta di esplorazione, individualismo armato, creatività, predazione, generosità, competizione. La sua storia da lì comincia e quell’impronta porta dentro, probabilmente indelebile. 

E’ un grande romanzo popolare di gran qualità. C’è nella scrittura una vena ironica sottile come un capillare e un lirismo sobrio, asciugato. E’ essenziale  senza mai essere sciatto: niente cadute in aggettivazioni retoriche o scontate o nella approssimazione delle descrizioni o nella confusione dei verbi. Il ritmo di narrazione è sostenuto, con una successione degli scenari narrativi che tiene lontana la noia e tesa l’attenzione. I personaggi minori che appaiono e spariscono nel giro di poche decine di pagine spesso sono talmente ben costruiti che a distanza di pagine ti giri ancora indietro a pensarci. E poi è una lettura dietetica: niente eccessi di metafore e di simbolismi da smaltire, di impliciti complicati da digerire, di rimandi colti da andare a rimasticare. E’, nonostante la ricchezza di storie da epopea epica,  snello  nella ossatura: giusto qualche flashback del genere più tradizionale, con accessi facili e uscite rapide. 

Una prateria di quasi mille pagine in cui si corre che è un piacere. Le scarabookkiante si è divertito e appassionato. A tratti persino emozionato. La conclusione è impeccabile. Nonostante la mole lo si vede consumarsi e finire col dispiacere che ti lasciano i libri sinceramente amici a cui si è voluto bene.

lunedì 26 febbraio 2018

Quello che rimane di Paula Fox



Desperate Characters è il titolo originale. Personaggi disperati. Viene non tanto da una frase di Thoreau, "quella frase sulla quieta disperazione della vita della maggior parte degli uomini", quanto dal vizio di citarla di continuo negli ambienti descritti dal libro. Un vizio che, si dice poche righe dopo, è "un primo esempio dell'amore che la classe media nutre per se stessa".

Forse tra i capostipiti della letteratura americana esistenzialista da salotto. Romanzo lodatissimo da Franzen, che di quella letteratura è l’ultimo epigono. Allo scarabookkiante di sicuro non piace Franzen , ma di solito neppure il genere: per la pretenziosità compassata delle voci narranti, per l’artificiosità delle situazioni e delle trame, per la convenzionalità e superficialità di personaggi e contenuti. Però un capostipite ha sempre una sua nobiltà che viene da originalità, freschezza, coraggio. E' così anche in questo caso. E poi la Fox mette su una struttura narrativa agile, che funziona abbastanza bene. Non il capolavoro che dice Franzen, a tratti è irritante, ma considerato il genere, un buon libro.

Un gatto randagio morde una signora della borghesia newyorkese anni 60 ed è come se tutto si ammalasse. La malattia coinvolge la coppia, il socio di studio di lui (avvocato), qualche amico/a, persino la gente che passa davanti alla finestra. Un po’ di suspense. Un po’ di buone descrizioni, forse un po’ troppo ammiccanti (del genere, “occhio, capisciammé, che sotto sotto ti sto a dà na perl’e significat’ ”). Una conclusione-non conclusione su cui si può parlare a lungo.

Racconta il malessere di un certo tipo di umanità a cui le cose tutto sommato sono andate bene mentre sperimenta quanto questo non basti per non essere disperati. Che si infelicita con l’ansia di perfezione, con la tendenza a considerare “gli altri” degli sfigati rancorosi di cui aver paura, con l’attenzione esasperata al modo in cui si appare, con la sensazione di non essere o di non avere mai abbastanza, con l'angoscia panica di "perdere tutto". Coppie in cui ci si silenzia reciprocamente, si soffocano le manifestazioni dei sentimenti, si evitano i conflitti aperti; poi, appena possono (o non ne possono più), tradiscono più per fare e farsi del male rimanendo acquattati, che per desiderio, passione o amore. 

I Desperate Characters della Fox hanno questo tipo di postura mentale: artefatta, apparentemente quieta e composta; da salotto appunto o da portico di città di provincia. Ce l'hanno persino quando si stanno guardando dentro, persino nei colloqui più intimi, quando ci si potrebbe provare a parlarsi “in un cerchio magico”, senza quella nebbia, senza quei mostri in testa. Poi basta che ti capiti una cosa strana, che ti morda un gatto per esempio e tutto sembra sgretolarsi.
"La vita era stata tenera per così tanto tempo, senza spigoli e soffice, e ora, ecco qui in tutta la sua superficiale banalità e nel suo orrore sommerso questo avvenimento idiota – provocato da lei stessa – questo poco dignitoso confronto con l’essere mortale".

venerdì 23 febbraio 2018

Racconti di Bernard Malamud



Non sono tutti perfetti questi racconti, ma uno che si possa definire brutto o sciatto non c’è. Essendo in ordine cronologico è interessante vedere come cambia lo stile di uno stesso scrittore, un grande scrittore, nel corso dei decenni. Come ci sia una progressiva asciugatura della aggettivazione, un maggior spazio tra narratore e scena narrata, una ricostruzione dei dialoghi più essenziale, un disegno più sicuro di personaggi e trame. Si osserva meglio tutto questo in Malamud perché la qualità della sua prosa è già alta in partenza e alla fine è di una armonicità che incanta. L’evoluzione risalta meglio perché invece non cambiano la tonalità di fondo, il modo in cui il narratore “sente” il mondo, il tipo di personaggio. Ci sono cose proprio belle tra quelli antichi (“La prigione” per esempio, ma anche ”La bambina che rubava cioccolata”) e tra quelli dell’età matura (come “La corona d’argento” o “A riposo” o “La dama del lago”). Insomma è una di quelle raccolte che ti fanno pensare che un libro di racconti aperto a cui tornare devi averlo sempre.

Malamud scrive cose che trasmettono tristezza, è vero. Però è una tristezza senza complicazioni filosofiche e senza sbavature emotive. E’ tristezza e basta. Quando ti racconta di certe vite te la fa vedere come una cosa naturale, persino dolce. Non ci sono mai “tragedianti” o predicatori del pessimismo cosmico; non ci sono toni strappacore e men che meno c'è rabbia.

Roth

Gli uomini di Malamud sembrano quelli di Roth devitalizzati, esangui. Non hanno un brutto carattere; non sono estroversi e incontenibili; non sono uomini che si esibiscono per sentirsi vivi; non hanno mai davvero nutrito illusioni di solidità (della famiglia, del sogno americano, dell’amore di una donna, di un talento naturale o di altro). E’ spesso l’uomo “ferito dove fa più male: nei suoi sogni”. Soprattutto non c’è il vitalismo sessuale, quell’energia dei sensi che in Roth diventa ragione di vita ed estremo rifugio. I protagonisti di queste storie sono dei Sabbath senza teatro e senza l’ossessione del sesso. Anche quando hanno qualche scatto vitale, qualche flebile illusione alimentata dal desiderio, tutto finisce per essere inesorabilmente frustrato e riassorbito dal combinarsi delle cose. La realtà in Malamud è più indifferente che ostile; avversa senza intenzione, solo perché è così che vanno le cose.
Malamud
Epperò si rimproverano sempre qualcosa. Al centro del loro dialogo interiore c’è il senso di una colpa da espiare. E dietro si intuisce l’antica percezione ebraica di una irrimediabile inadeguatezza al ruolo di “eletti” che il loro Dio gli ha assegnato. Se questa cosa c’è però, Malamud la supera, va oltre. Non si è mai considerato d’altronde uno scrittore ebraico. Semmai uno scrittore americano che non crede nel sogno delle infinite opportunità. E anche questa connotazione gli sta stretta. Malamud (quella è la sua vera grandezza) descrive una condizione umana che sente come universale.

E lo stesso Roth, che gli era amico, racconta che lui stesso viveva così, con quella tranquilla tristezza. Vedeva una consolazione solo nella scrittura. Poco prima di morire disse: "Scrivere racconti non è affatto un brutto modo di trascorrere la propria solitudine".

domenica 18 febbraio 2018

Per i tuoi larghi occhi


Una canzone semplice.
Una delle prime.
Diventata indimenticabile.
Almeno per lo scarabookkiante.
Buon compleanno.