sabato 12 agosto 2017

Vacanze di Natale di William Somerset Maugham




Il figlio alle soglie del primo lavoro di una buona e colta e ricca famiglia inglese va a Parigi negli anni ‘30 a passare il Natale. Cerca avventure e incontra il Male; in due forme diverse, che forse è sorprendente trovare in Maugham.

Come qualità non si segnala come il suo miglior romanzo. Un po' scialbo e scontato (almeno per il gusto dello scarabookkiante), con poco colore e poco sapore. Sempre con piacere si legge però, per via dello stile, sempre pulito, efficace, elegante. Manca un po’ il ritmo e la acida e perfida ironia che ci si aspetta, ecco. Però c’è quell’elemento sorprendente che è di grande stimolo.

Qui Maugham, dal suo consueto terreno di indagine delle relazioni uomo-donna da cui pur sempre parte e che sempre al centro mette, si avventura a sondare due grandi temi del novecento. Quello del superuomo e quello del potere deviante he sulla mente dell’uomo hanno avuto le correnti culturali dominanti nella prima metà del secolo scorso.

Tre uomini esemplari di tre tendenze diverse. Uno, della tranquilla accettazione di una tradizione borghese. Il secondo, della spinta a piegare la realtà ad un progetto (in questo caso di trasformazione rivoluzionaria disumana). E l'altro della pura affermazione del proprio io, del proprio potere-diritto di agire secondo la propria forza e il proprio incontrollato libero arbitrio di super-uomo contro ogni regola. Al centro, a catalizzare e subire reazioni, una poveretta, chiamata a esemplificare un’altra figura che nel novecento è stata suo malgrado al centro della scena: quella della vittima.

L’esaltazione del Male e insieme la sua banalizzazione che hanno dominato un’epoca vengono fuori molto bene dal gioco che si svolge in questo triangolo. Pensavo che c’è una differenza che salta fuori benissimo qui con la letteratura dell’Ottocento. Per esempio, col Dostojevski di Delitto e castigo, dove pure il tema del Male che verrà viene profeticamente evocato. Lì tutto si svolge sulle tonalità della tragedia e Raskòl'nikov un grande personaggio tragico è; qui tutto assume un aspetto da ballo in maschera o da cabaret brechtiano. E a pensarci, lo stesso Hitler o ancor più Mussolini, ma anche Stalin a rivederle oggi in effetti orrende maschere sono.

Per tornare alla sostanza del tema, potremmo ricondurre il tutto alla vecchia dicotomia tra l’accettazione della normalità (e quindi anche delle tinte grigie della noia, dell’abitudine, della dritta strada tracciata) e la tentazione dell’estremo (e quindi della febbre adrenalica dell’azione, di una qualche nuova avventura).


William Somerset Maugham
Ultima annotazione di lettura. Maugham si conferma un autore che sta sulla soglia temporale in cui si affaccia il narciso novecentesco nelle sue diverse versioni. Qui in quelle della prima metà del secolo, quelle vocate al Male, appunto. La seconda metà del secolo ci porterà la versione del narciso nella civiltà dell’immagine e del consumismo identitario. E chissà il cinismo disincantato e l’umorismo perfido di Maugham di cui ho sentito la mancanza cosa ne avrebbe tirato fuori.

lunedì 7 agosto 2017

Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda



Gadda maturò l'idea di questo libro sotto la spinta della paura e della rabbia. Aveva dato credito a Mussolini inizialmente. Per via dello "spirito di Caporetto", che la terribile esperienza della guerra raccontata nel bellissimo Giornale di guerra e di prigionia gli aveva insufflato. E anche per un innato bisogno di rassicurazione e di protezione. Poi si era allontanato. Però, alla vigilia della liberazione, lui che viveva di paure, che aveva l'ossessione della minaccia, temeva, se non l'epurazione, di essere additato. E insieme bolliva di rabbia per esserci cascato. Ed era incazzato perché sentiva di aver paura. E poi lo era ancor di più per esserlo con uno come Mussolini (segue la più fantasiosa sfilza di epiteti che si possano appioppare).

Ne venne fuori uno sfogo, un'invettiva di una violenza furibonda, disperata. Gliela bocciarono per troppa volgarità. Poi lui passò ad avere un'altra paura, quella di aver esagerato. E si mise a tagliare, limare, smussare. La nuova edizione di Adelphi ce la restituisce nella sua integrità.L'esplosione linguistica con cui è scritta è da sciarada stromboliana di notte. Spettacolare ed esilarante. Intanto, inventa, deforma, ripesca, adatta, mette in cortocircuito pezzi di vocabolari e se ne fabbrica un altro, con le sue regole, una sua precisione, una sua rigorosa esattezza di significati. Questo c'è in tutto quello che ha scritto Gadda, persino nell'ordine di servizio che scrisse per i radiocronisti quando lavorava in Rai (bellissimo), ma qui è tutto caldissimo, tutto allo stato lavico. Aspro, tecnicamente difficile da avvicinare, ai limiti del respingente; ma, ad avvicinarsi, con lentezza e cautela, per non perdere le sfumature (lì sta il piacere estremo), di una potenza abbagliante.

Occhio però a non farsi bruciare il senso.

Gadda era un trasfiguratore, un fingitore. Nascondeva, come pochissimi hanno saputo fare, se stesso e le cose che scrivendo scopriva di se, di noi e del mondo. Osservava con un occhio millimetrico per allenamento professionale, spietato per patologica sensibilità, assistito da una cultura filosofica e psicologica insospettabile in un ingegnere e anche in un letterato. Il suo vocabolario soprattutto a questo serviva. Non era bello e basta. Rispondeva con efficacia tecnica, ingegneresca, oltre che ad una esigenza di sostanza e di precisione anche ad un bisogno di nascondersi. Obbediva al "lasciatemi in ombra" che era il suo Primo Comandamento.

Dentro al pamphlet politico colto e in lingua ha messo un trattato sul narcisismo, il male del secolo, di cui anche lui era afflitto. Nei suoi appunti preparatori, nelle bozze, nella versione originale esce fuori ancor di più. Parla di sé e parla di noi. Parla di erotismo e di psicologia applicata alle folle e alle donne (le marieluise), al potere politico e al militarismo, al carrierismo, alle piccinerie che fanno piccola la borghesia italiana (quasi tutta). Parla di un pezzo fondamentale e peculiare della personalità, del modo di funzionare delle menti dominante nel suo e nel nostro tempo (sono impressionanti per acume un pezzo sui giornali e uno che sembra cucito sulla psicologia sociale dei moderni social). E parla sotto la mascheratura del pamphlet politico delle sue pulsioni più profonde; che aveva imparato in parte a sublimare, controllare, canalizzare e mettere a frutto. E soprattutto, appunto, a nascondere. In questa riedizione si può trovare ampliato e commentato tutto questo, in tutta la sua meticolosa articolazione, sotto lo strato di fuoco vivo fatto di sboccataggini colte, di insulti poetici, di misoginia sensuale, di crudeltà pedagogica, di misantropia empatica.
Carlo Emilio Gadda
Gadda era un buono e come tutti i veri buoni, alla bisogna, cattivissimo, feroce, intollerante. Per rendere l'idea (e perché troppo è piaciuto allo scarabookkiante) copio la mezza paginetta in cui parla della esibizione "narcissica" del lutto. Argomento difficile, delicato. Lui guarda una vedova di guerra nerovestita, con persino la collana di perle nera, seduta al ristorante tra tre militari, presumibilmente commilitoni del marito morto in guerra. La scena la definisce "autoesibizione scardinata dal climaterio, oltreché dalla perdita del su' mastio". E così la descrive:

"L'idea di portare al collo i testicoli affumicati del marito, ammetto anche la sia una idea logica, nell'ethos di una tribù nana dell'alta valle del Bomocandi, o dell'impluvio del lago Alberto: ma per una femina di queste nostre qua d'un quintale, conglobate e impolpettate nella «civiltà millenaria» e «nella storia augusta di Roma», date retta l'è una idea bertolaccia. Pranzando un giorno sul terrazzo della casina Valadier un certo pranzo unto con certi messeri micamal tosti di fuorivia, ch'io non ne azzeccavo una sillaba, c'era a un tavolino da presso, con tre ufficiali tra di marina e di Genova, una vedova di quelle proprio da 381: enorme: nera come una locomotiva: però con du' occhi strofinati rossi, velata e pallata di nero. Una scrofona di litantrace con que' bargigli neri del dindo defunerato appesi a i'collo, ma ritinti prima nel lustro nero delle scarpe: che la trombettava giù certe sparate di naso tra e' due marinai e 'l cavallerizzo sopra una catinella di spaghetti all'amatriciana, in sul fortore afro e in sul pizzicore de i' pecorino, mamma mia: ch'era credibilmente quello e non altro a farle tanto brodare la vedovanza.

Che il naso, beninteso, Io sparava solo a quando a quando: sicché nelle more di quelle fomidabbili ttrombazzate le sopravvanzava in aggetto dalla cascata dei veli neri, tutto lucido e rubizzo come una cornioIa: a non dir meglio. E lei frattanto dietro al grascio della cotenna, ch'erano un dito mignolo grosse, ci buttava giù certe pazze sorsate, con certe schioccate, poi, di lingua, di un certo Frascati frascatano da far pisciare l'anima a Semiramide. Questo è molte volte, il lutto. Il morto giace e la viva si dà pace. E trinca."

Un adulterio di Edoardo Albinati



Non è il senso della colpa. Non è l'angoscia da catastrofe famigliare incombente. Non è il timore della valanga della precarietà che minaccia di radere al suolo una vita di supposte certezze. Non è l'incapacità di gestire la trasgressione, di sentirsi fuori da un ordine, da un patto, da una regola.

È che questi due, con i loro nomi ridicoli (la stigmatizzazione dell'uso dei diminutivi e la consumazione dei nomi sono una fissa di Albinati. In effetti li mettono persino nei manifesti funebri ormai, con un effetto ridicolo agghiacciante), sono incapaci di reggere il presente di felicità che gli viene perimetrato attorno con perfida e patinata banalità.

Non appena l'avvertono, la beatitudine, sprofondano nell'angoscia, nella tristezza, nella pena. Vengono persino avvertiti: "siete toccati dalla Grazia. Dovete stare in guardia. Prima di tutto da voi stessi". Niente. Preferiscono la serena riconquista di una irrimediabile solitudine, l'unico misero riscatto a cui approdano davvero, alla fine. La scelgono. La vogliono. Come una liberazione. Adesso, alla fine, sono autorizzati a sentirsi e ad essere veramente soli. Lei, soprattutto. Lui la subisce con passiva accettazione (e forse, tristemente, meglio di così non poteva andargli).

Un raccontino di poche pretese, ma che che ha a che fare con qualcosa di importante. Ha a che fare con la vocazione e la rassicurante abitudine ad avvelenarsi e ad avvelenare la vita di infelicità (una cosa che muove da una logica del tipo: “oddio, sono felice; che disgrazia mi capiterà adesso per scontarla?”). Con l'impossibilità ed il rifiuto di viverla senza esibirla, senza poterla raccontare, la felicità, di farne uno spot, un motto, un titolo, un argomento di conversazione. Lo strapotere dell’immagine che uccide la virtù salutare del segreto. 
Sembra interessi solo se la puoi far rispecchiare negli occhi di un pubblico, la tua felicità, magari suscitando invidia. Meglio se può essere anche un modo per procurare dolore, per offendere, per prendersi una rivalsa. Altrimenti a cosa serve? In fondo è una storia che ha a che fare con la mancanza di attenzione verso se stessi e verso l'altro, del prendersi reciprocamente cura, nel segreto, di una intimità vera. Che resta preclusa: per paura, per diffidenza, più banalmente, per mancanza di tempo e di spazio mentale.


Allo scarabookkiante sembrano incredibili questi due personaggi. Disturbano. Non convincono. Mettono il nervoso. Eppure, proprio per questo, forse  Albinati, perfidamente ha fatto ancora centro. Purtroppo.

Nemici, una storia d'amore di Isaac B. Singer




La trama è un groviglio di tre mogli che si stringe attorno al collo di un unico marito indeciso a tutto. Potrebbe essere una commedia degli equivoci alla Feydeau, se non fosse che il deus ex machina è un diavolo perverso e crudele. Poi, il parlare di amore e matrimonio nel mondo dell’ebraismo mittle-europeo, seppur trapiantato in America, specie subito dopo i campi di concentramento, è sempre un parlar d’altro in realtà. Come nel Vogel di Vita coniugale, è il dramma secolare dell'ebreo errante il vero tema.

Questo è il romanzo dell’amore ai tempi della post-shoah. Il suo interesse maggiore sta proprio nell’entrar dentro al mondo degli ebrei fuggiti in America durante e dopo l’età dei totalitarismi. È il romanzo dei sopravvissuti che hanno il campo di concentramento, i nazisti, il Male trapiantati nel cervello sotto forma di una ossessione inguaribile, un corpo estraneo inasportabile. E il corpo estraneo inibisce la possibilità di credere in qualsiasi cosa, di coltivare una speranza. Per compenso, davanti a lampi di felicità produce presentimenti di catastrofi e di fronte a lontani pericoli, paure paralizzanti; impone l’atteggiamento di all’erta e affina la propensione a scovare tecniche per difendersi, proteggersi, programmare vie di fuga, sopravvivere in qualche modo, quando i nazisti torneranno, come di sicuro accadrà. Embrioni di forme cicatriziali insomma da immediato post-trauma per lesioni che non smetteranno mai in qualche modo di suppurare. Sono nella fase in cui non essere morti come i padri, le mogli, i figli, i fratelli, gli amici è vissuta come una colpa e insieme come un’occasione mancata. “Eravamo usciti dalla Geenna, ma la Geenna ci ha seguiti fino in America. Hitler ci è corso dietro.”

Gente che, trauma compreso e trauma a parte, per non morire ha compiuto un triplo salto mortale carpiato di civiltà, cultura, lingua, abitudini, paesaggi urbani e sociali. E’ un’America nemica anche nel clima, nelle strade, nella facce. Un mondo in cui domina la fretta. Devono adattarsi e col il carico che si portano dentro, faticano, sbandano, soffrono (le pagine dei viaggi in metropolitana sono dei cammei neri).
Mentre tutto per loro è diventato indifferente. “Quale differenza poteva fare per me chi avrei sposato? Dopo tutto quello che avevo passato, quale importanza poteva avere?”
E sono ebrei, non scordiamolo. Hanno nella testa il dio vivente più invasivo, misterioso e impietoso di tutte le religioni inventate dagli uomini per rovinarsi la vita in cambio della promessa (destinata quella sì a restare eterna) di salvarli dalla morte. Un cambio iniquo per tutti; per loro il più penalizzante che ci sia sul mercato dell'aldilà. Un dio che li ha abbandonati in mano ai nazisti e che quindi potrebbe tornare ad abbandonarli in ogni istante che verrà. Se la loro mente vede una ragione in questo, la trova nella indegnità del sopravvissuto: “le era stato consentito di sopravvivere soltanto a causa dei suoi peccati. Le anime benedette, gli ebrei pii, Dio li aveva presi con sé.” E così il sopravvissuto per espiare continua a seguire i rituali imposti dalla religione senza più crederci; a invocare il suo Dio sapendo che tra il Dio che sta invocando e quello che ha permesso la Shoah c’è una differenza, uno scarto incolmabile, lo stesso che in ogni grande amore separa la realtà dal sogno: “Il vero Dio ci odia, ma noi abbiamo sognato un idolo che ci ama e ha fatto di noi il Suo popolo eletto”. Quello, continuano a pregare.

E qui arriviamo al tema dell’amore. Forse è paradossale, ma in questa devastazione l’unica energia che sopravvive e mantiene la capacità di produrre flussi di vitalità è la lussuria, la libidine dei corpi, il desiderio fisico, il bisogno di calore e accoglienza. Una forza che li fa sentire vivi e li trascina in relazioni complicate e immaginazioni perverse, che moltiplicano il desiderio. Lo scarabookkiante ha pensato anche a Roth che ha indagato così bene questa illusione di salvezza nella ubriacatura dei sensi. Di quella cosa lì si tratta. E come in Roth l’amore, l’innestarsi dei sentimenti su questa energia vitale, puramente libidica ha un effetto spiazzante prima e devastante poi. Il desiderio è una pulsione animale. Si può non controllarla, ma si capisce cos’è, da dove nasce. L’amore è una cosa misteriosa, che sfugge al controllo: “nessuno ne aveva scoperto il vero significato”. Quel che sanno è che l’amore ad un certo punto fa girare il motore del desiderio all’incontrario, verso il territorio del dolore, della gelosia, del possesso irraggiungibile. E accentua il senso di colpa per essere sopravvissuti, per continuare a provare sentimenti dopo lo sterminio, dopo un'offesa così intollerabile.

La conclusione del romanzo è l’avvitamento del groviglio in un vortice.
La scrittura è di quella dei Grandi Maestri. Una di quelle letture che si vorrebbe non finisse mai.


Vita coniugale di David Vogel



Romanzo importante, di una tristezza contagiosa. Importante per la ricchezza di temi e la qualità della prosa. Tristissimo per l’atmosfera, la vicenda e lo sfondo in cui si svolge. Soprattutto per via del narratore-protagonista: un uomo debole, oppresso da una donna orribile e brutale, che gioca a mortificarlo e umiliarlo fino all’estremo.

Vogel ha un modo di raccontare sommesso, semplice, ma la sua prosa ha una forza di suggestione, che allo scarabookkiante è rimasta in parte abbastanza misteriosa. Ci si è chiesto più volte, mentre per pagine intere non succede altro che lo scorrere di una deprimente quotidianità, “ma perché non annoia questo libro?”. Si fluttua tra i pensieri ondeggianti di quest’uomo, si leggono dialoghi (molto ben scritti) spesso di una straniata ordinarietà, ci si incammina lentamente e per scosse in una vicenda umana sconcertante che ha un epilogo annunciato, ma comunque terribile, soprattutto per come matura (il finale è da girone infernale). Ogni tanto ti fa alzare gli occhi e ti descrive (con una sapienza espressiva benissimo dissimulata dietro la sobrietà, ma non per questo meno grande) una finestra di fronte, un pezzo di cielo, una strada, un paio di scarpe, un bar o un parco, la pioggia, la neve, un volto.

Il tutto in una Vienna spettralmente affascinante, che sembra racchiudere ed esprimere il mondo ostile visto dall’ebreo errante, dall'uomo cioè destinato nei secoli a vagabondare senza una sua vera patria, cacciato dalla propria casa e senza mai essere definitivamente accettato in casa altrui. Un uomo preda della prevaricazione e della violenza e nel contempo della propria paura. Il senso profondo di questo romanzo e della "vita coniugale" probabilmente sta tutto in questo sentimento di un popolo condannato dalla sua storia a convivere con chi era troppo più forte di lui. Da una parte c'è il bisogno di affermare la propria identità e dignità e dall’altra il disperato bisogno di integrazione, calore, accettazione. La sottomissione di Gordweil alla moglie "sadica" è da questo squilibro di forze e da questo retroterra culturale e psicologico che viene; ed è a quello che rimanda. Il sadismo sessuale c’entra poco e l’erotismo anche meno (il risvolto di Adelphi e completamente fuorviante).

Il romanzo è scritto non solo con grande pulizia di stile, ma anche con un'aria, un tono che sta a metà strada tra la poesia e la disperazione. E questo gli dà la sua malinconica bellezza e che ha tenuto lontana la noia (almeno la mia). Ci è venuto di pensare in certe pagine alle poesie di Gozzano; dentro la soffusa quotidiana malinconia-nostalgia delle piccole cose, però, il mondo di Vogel porta in profondo il segno della disperazione, della mortificazione, della catastrofe incombente.E c'è anche il vuoto di senso della vita, la percezione della arbitrarietà di tutto, a partire dalle pulsioni umane; che in questo romanzo sfuggono ad ogni possibilità di gestione razionale e consapevole.
Forse ha più ragione in fatto di assonanze il suo traduttore quando scrive in un bellissimo articolo critico, che Vogel è un autore dal pessimismo leopardiano. Anzi, non mi fermerei solo a questo. Gli impulsi e i guai che ne derivano al protagonista (a partire dal suo matrimonio) nascono da un tedio che è anch'esso leopardiano; e dal presupposto della vacuità e della vanità di tutto (per cui poca importa alla fine quel che succede e cosa si decide di fare).

Più volte Lotte, l’amica innamorata di lui che cerca di salvarlo pensa: “Ma è davvero così stupido, quel Gordweil, o finge soltanto di esserlo?”. Che è poi quello che ci chiediamo ancora oggi davanti alle file ordinate di deportati avviati in totale passività alle camere a gas pochi anni dopo. Anche i biografi di Vogel si sono posti su di lui esattamente la stessa domanda di Lotte. Il sospetto è che alla base delle sue scelte di vita apparentemente inspiegabili ci sia da una parte la percezione atavica di una debolezza e dall'altra la profonda, disperata percezione della mancanza di importanza e sostanza di ogni cosa e di ogni scelta. Fino appunto a far pensare qualcuno che Vogel non sia morto in un campo di concentramento, ma si sia in forma indiretta suicidato prima di arrivarci.
Di certo, in Gordweil, fino all’epilogo finale, c’é una resa totale, che lui stesso può accettare solo tentando di nascondersela dietro una maschera di illusioni, piccole compensazioni, false giustificazioni e grossolane finzioni. È inerme, come lo sarà il suo autore, insieme con tutto il suo popolo, davanti alla Storia.


A rendere ancor più grande e più triste questo romanzo è la sua stessa storia editoriale: fu trovato sepolto nel giardino di Vogel e pubblicato quarant'anni dopo la sua morte, senza che lui della sua grandezza abbia mai avuto coscienza.

Suss l'ebreo di Lion Feuchtwanger




Romanzo scritto da uno specialista del romanzo storico e si vede. 
Ben strutturato, rigoroso, documentato. Nello stesso tempo, si legge come un romanzo di appendice (con figure femminili magnifiche) del quale mutua spesso tonalità stilistiche e atmosfere. Ma è solo una veste letteraria ben cucita. In realtà è un romanzo che aggroviglia una storia attorno ad un tema, o meglio a una tesi, piuttosto che ad un’epoca e ad un uomo. Ed è utile leggerlo nei nostri tempi perché si tratta di un tesi che rimanda all’eterno problema dell’integrazione del migrante e del diverso per religione, costumi o pelle.

Oggi, mentre un pezzo di mondo si schiera sotto la bandiera con su scritto “padroni in casa propria”, fa bene andare a leggere una vicenda paradigmatica di un popolo che per millenni è vissuto sotto il motto opposto e cioè “ospiti in casa di tutti”. Ed è utile guardare gli aspetti anche psicologici, opposti, di questa condizione. Da una parte il bisogno di conservare e rivendicare un’identità, una religione, una cultura, delle abitudini. Dall’altra, l’esigenza di integrarsi, accettare e farsi accettare, garantirsi una benessere e una stabilità materiale di vita, proteggersi dalle persecuzioni e dal rigetto che colpisce ogni corpo estraneo in qualsiasi organismo. Gli ebrei hanno sviluppato tecniche e strategie di adattamento e progetti di vita diversissimi per mettere insieme queste esigenze. Ma nonostante questo niente gli è stato risparmiato.
Suss è un personaggio interessante anche per un’altra ragione: non è tagliato con l’accetta. Non è un buono, non è un personaggio positivo, ma non è solo un cinico feroce. È un ebreo che vuole vincere restando tale. Vuole successo sociale, soldi, case, gioielli, servitù, potere, donne, titoli nobiliari senza nascondersi. Non accumula come i suoi correligionari solo cose preziose con cui poter scappare in qualsiasi momento si profili una persecuzione. Lui si radica con palazzi e servitù e si espone ben in vista nella comunità in cui vive. Fa fruttare gli straordinari talenti che ha, non tutti commendevoli, e non lo fa per il mero gusto narcisistico di rispecchiarsi nel successo sociale. Gli interessa la concretezza del successo, non le sue luci. Vuole incidere, fare, determinare nel bene e (forse soprattutto) nel male i destini. Fa compromessi, sacrifica sentimenti, persino quello della paternità, lascia vittime dietro di se, suscita odi pur di raggiungere l’obiettivo. Almeno fino a quando la vita non lo inchioda ad un dolore più grande di lui. Fosse solo un libro di ambiente ed avventure sarebbe già un bel libro.

Sennonché, questo suo comportamento cozza anche con due cose fondamentali che appartengono alla cultura profonda degli ebrei. La prima è tutto è vano e precario nel mondo: potere, fortune e successi. Possono sparire, esserti tolti da un giorno all’altro. E dunque è vano rincorrerli “come è vano rincorrere il vento”. E la seconda è che l’unica cosa che li tiene uniti e li fanno sentore qualcosa di importante al mondo è il Libro, il rapporto che li lega al dio che li ha nominati “popolo eletto”. “Nulla abbiamo al di fuori del Libro” dice una delle preghiere delle feste importanti. Tutto il resto, le cose a cui Suss tiene tanto, per tutti gli altri suoi simili sono chimere, stupidaggini. Vanità è la parola che usa la Bibbia e che contrae in se insieme i significati di vano, senza senso e di vanesio, finalizzato solo ad uno stupido autocompiacimento. E questo spiega perché sbeffeggiato, oltraggiato, “l’ebreo lasciava fare”. La pazienza fino alla rassegnata passività nasce da questo retroterra di orgogliose convinzioni sulla pochezza delle cose del mondo e sul suo essere “eletto” da Dio. Suss è orgoglioso, ma non è né paziente, né tanto meno rassegnato. Potrebbe persino fuggire quando scopre il mistero nascosto nella sua identità, ma si rifiuta di farlo. Il perché non lo racconto, ma aggiunge un elemento di fascino decisivo alla sua figura e al romanzo.
Ad un certo punto qualcosa lo riunirà ai rassegnati, ai pazienti. E sarà l’odio degli altri contro tutti gli ebrei, qualsiasi atteggiamento essi abbiano scelto di avere per rivendicare il diritto di esistere. per il fatto stesso di essere diversi. Questo è il messaggio-tesi, la denuncia forte che Feuchtwanger vuole lasciare. Prende un ebreo cattivo e prepotente, diventato ricco e potente e dimostra che comunque e alla fine è solo per il fatto stesso di essere riconosciuto come "altro", che viene perseguitato e sopraffatto. Esattamente come i tanti dimessi e rassegnati che hanno ambito solo a nascondersi. Ci pensarono poi i nazisti a rafforzare il messaggio che qualsiasi cosa faccia un israelita lo si può ritorcere contro di lui. Presero questo romanzo profondamente intriso di cultura ebraica illuminata e ne trassero un film nel quale Suss diventa il campione spregevole e nefasto dell’ebraismo, che è perfido e criminale in quanto tale. Il film ebbe un grandissimo successo e divenne un pilastro della propaganda dello sterminio.


Ultima annotazione. Allo scarabookkiante è sembrato molto bello in modo in cui l’autore gioca e si fa beffa delle identità e salva dal degrado generale solo le figure legate alla tutela razionale ed illuministica del diritto e della giustizia.

L'opera al nero di Marguerite Yourcenar




Due cose rendono bella la lettura di questo romanzo. Lo sfondo cupo della miseria morale e materiale imposta dal potere che si assume come emanazione divina e dalla religione degradata a dottrina imposta come legge. E il modo in cui lo Zenone inventato dalla Yourcenar mettendo insieme biografie e storie, col suo pensiero, si alza su tutto questo, salta più di quattro secoli e guarda un mondo emendato da ogni certezza, da ogni presunzione di verità. La conseguenza finale è l’intuizione dell’ “opus nigrum”, la dissoluzione e la calcinazione delle forme e delle cose che segue la “dissoluzione e calcinazione” delle certezze. Zenone le certezze, le verità non le ha e non le vuole. Cerca piuttosto “l’esattezza” e questa distinzione molto è piaciuta allo scarabookkiante

È uomo di osservazione e di analisi, Zenone. Si scava dentro dopo essersi stancato a scavare nel mondo. Osserva sperimenta e impara anche quando si lascia andare al piacere dei sensi. Si esercita su se stesso. Scienziato prima dell’età del trionfo della scienza. E applica l’indagine scientifica con lo spirito caustico degli scettici verso ogni forma di trascendenza. Uno sport pericoloso in pieno Medioevo. Tanto più se essere scettici non significa chiudere le porte al Misterioso. Anzi. Tutti i collegamenti di causa ed effetto, tutte le leggi fisiche e chimiche che mettono in relazione forze ed elementi, intuisce Zenone, probabilmente soggiacciono a una potenza sotterranea e silenziosa, che tutto produce e tutto riconduce a se in un’azione unificante che non ha altro progetto il ciclo infinito della produzione e della dissoluzione. Una posizione profondamente e laicamente religiosa, che dà più fastidio alle Chiese dell’ateismo e dell’agnosticismo. Zenone vuole la conoscenza, vuole comprendere e sapere fino a tentare di guardare dentro il Tremendo, il Misterioso. Anzi, quella curiosità è la ragione che ritiene fondante della sua volontà di vivere. 


E vive in un tempo assediato dalle “Tre Imposture: la Legge Cristiana, la Legge ebraica, la Legge Maomettana” con tutto il carico di superstizioni con cui vogliono ingabbiare la mente. Finisce col vivere una vita in fuga, rincorso dal potere in cui la religione si arma e perseguita gli spiriti libri. Il romanzo è il racconto di questo tentativo di sottrarsi e di restare un uomo libero nel cercare la conoscenza e nel modo di vivere. Libero anche e soprattutto di misurarsi con il dubbio e la confusione che la ricerca e la libertà inevitabilmente implicano, di preservare e rivendicare il diritto di sbagliare.
Non finisce bene. Perché “non esiste accomodamento duraturo tra coloro che cercano, pesano, dissecano e si fanno un vanto di esser capaci di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere e obbligano, sotto pena di morte, i loro simili a fare altrettanto”.

Salutare ripasso della migliore cultura laica.

giovedì 11 maggio 2017

"Che palle, me pare che sto a legge ‘n libro!"

Poco meno del 60% (il 57,6%) degli italiani sopra i sei anni non ha letto nemmeno un libro nel 2016. Poi c’è una sparuta minoranza che legge qualche decina di libri l’anno. Allo scarabookkiante è venuto il sospetto che tra il resto della popolazione e questa minoranza di lettori amatoriali seriali che strappano ore alla vita propria per leggere soprattutto storie  di vite  altrui, per lo più inventate,   ci siano delle differenze nel modo di essere, di pensare, di parlare, di funzionare del cervello. Sarà o no il caso di vederci più chiaro, vista la quantità di libri che maciniamo?

Non è possibile che  non si formi una qualche diversità nel modo di vedere e soprattutto di raccontarsi la vita tra chi legge tanto e chi per niente. Poco importa  giudicare se è una differenza nel bene o nel male. E stiamo lontani dai  giudizi estremi: da quelli che vengono considerati o si considerano "gente di un altro livello" perché legge. E da quelli che li vedono o si vedono come una sorta di categoria di disadattati, che, incapaci di viverla, la vita, la leggono. Incuriosisce invece tentare di individuare qualche elemento costitutivo, se c'è, di una diversità che ci riguarda.

Partiamo dall'ultima lettura fatta. Abbiamo appena finito di leggere "Seminario sui luoghi comuni “ di Francesco Pacifico e c'è una frasetta che è poi quella che ci ha portato a queste riflessioni. Ad un certo punto Pacifico afferma  
 Il senso di un eccesso di informazioni e di una ridondanza è un’esperienza ineliminabile della lettura (Allo stadio, durante una partita noiosa, ho sentito un tifoso dire: "Che palle, me pare che sto a legge ‘n libro!")” 
Eccola una prima differenza, fondamentale: c'è un che di analitico e di dettagliante nel meccanismo del pensiero e di espressione di un lettore che quando viene fuori suscita spesso questa reazione; "che palle!" Chiamiamola alla Calvino "pesanteur", la "pesantezza" del lettore.


Non sempre viene percepita così, per fortuna. 
Ad esempio, quando ad ascoltare c'è qualcuno che ha la stessa forma mentale non succede. Una cosa l'abbiamo sperimentata: tra chi passa molte ore col libro in mano si finisce sempre col riconoscersi. Quando due lettori "forti" si incontrano e parlano per la prima volta, la sensazione che hanno è di essersi conosciuti e parlati da molto tempo. Ad accomunarli sono le frequentazioni comuni di storie, luoghi e personaggi incontrati leggendo. 
Non solo. 
E' anche e forse soprattutto un certo modo di parlare e un "pensare lungo",  cioè un articolare il pensiero in una catena di concetti, inanellati tra loro come  le maglie di una catena appunto e l'abitudine di collegare  i fatti, anche quelle che sembrano lontani tra di loro. E di impilarli in una sequenza che fa una trama, con un inizio, una fine e quindi un senso, un significato; spesso più di uno. Perché chi legge ama spesso le doppie o triple chiavi di interpretazioni.
Questo può creare una sorta di solidarietà da setta, sulla base della condivisione di un codice. Poi, naturalmente, come accade sempre nelle sette, si creano anche delle forme di contrasto tendenzialmente virulente. D'altra parte, il lettore vive molte ore nella esclusività  del rapporto con un interlocutore muto. La convivenza, per esempio in un social dedicato, con chi vive nella stessa "casa mentale" dopo il piacere del riconoscersi, è inevitabile che determini dei contrasti  e che si faccia fatica a  gestirli. Ma questa è un'altra storia.

Questa sensazione di non essere rifiutati non è che ci sia  solo quando il lettore sta con altri come lui. Ci sono  anche  quelli che semplicemente si sono abituati a convivere e a confrontarsi con una mente che funziona in quel modo. Una moglie che legge pochissimo ad esempio  ride a certe battute a rebus che sente tutti i giorni dal marito "sempre col libro in mano" e che l'ha abituata a divertirsi giocando con le parole. E qualcuno prima o poi  scopre che lei stessa usa dei vocaboli  vengono da un libro di Gadda o di Conrad senza ovviamente immaginarne la provenienza. E’ semplicemente contagiata, infettata dalle secrezioni lessicali provenienti dalla lettura.  La lettura e i suoi portati hanno in effetti un effetto-contagio che modifica non solo  in termini di linguaggio l'ambiente in cui si diffonde.

Si incontrano poi anche menti semplicemente aperte al nuovo, allo strano, al non consueto, che si avvicinano incuriositi a certe formule espressive, a certe citazioni, a certe battute di spirito, a certi giochini verbali che inevitabilmente scappano a chi legge, magari  in una riunione di lavoro o in una chiacchierata al bar o sotto l'ombrellone. Bisogna anche considerare che di solito il lettore coltiva l'attitudine all'umorismo. E questo  aiuta ad ottenere una buona accoglienza. A volte, per la verità si avverte  vagamente qualcosa che somiglia a quel che succede allo zoo: quel po' di meraviglia divertita che potrebbe preludere a una cosa tipo tirare le noccioline  nella gabbia. Ma se ne può sorridere.

Ci sono contesti di lavoro o di conversazione in cui quella forma mentale, quella capacità di collegare e verbalizzare, quel trovare sostegno in metafore e citazioni costituiscono un aiuto, funzionano. E possono essere anche un modo per dare piacere e stimoli a chi ascolta. Bisogna però usare cautela anche in questi contesti più favorevoli. Si corrono un sacco di rischi: di fare  la figura degli spocchiosi, dei saccenti o peggio degli snob;  di rendersi ridicoli o di passare per "noiosi" alla madame Verdurin (tanto per fare un esempio di quel che non si deve fare). Bisogna insomma ricordarsi che la cultura (se vogliamo chiamarla così) non va mai indossata e sfoggiata come un abito. La cultura è quel che resta quando si è dimenticato tutto ciò che si è letto e studiato (lo hanno detto in tanti; noi l'abbiamo letto da Salvemini). Il lettore amatoriale seriale non deve dimenticarlo e mai cedere alla tentazione di esibirla.

Altre volte però,  l’accoglienza è meno divertita e meno tranquilla. Quasi si vede alzarsi il vapore acre dell'imbarazzo, quando scappa quel verso o quella metafora mentre si è in mezzo a gente che non ha mai più letto un libro dai tempi  della scuola. Alla lunga, se fai l'errore di cadere nell'anatema stizzito da "perle ai porci", capisci  che  non puoi lasciar girare liberamente, a folle, il modo di pensare e raccontare le cose che hai preso dalle pagine. Prova una volta a parlare al bar o allo stadio della partita di Eschaton di Infinite Jest. Come fa a non scattare il "cheppalle!", il dileggio? Se ti va bene. 
Se proprio non puoi resistere devi andare su dosi omeopatiche e inzuccherate con l'ironia. Ma in generale è meglio contenersi. 

**********************

Le peculiarità di una forma mentis forgiata sulla lettura e sulla narrativa in particolare, non sono solo di relazione sociale. Più interessante e complicato è il modo in cui si modifica in chi legge e a sua insaputa la percezione della realtà e delle persone. Leggendo, viene progressivamente acquisita tutta una serie di strumenti: un campionario inventato (dalla narrativa) o sistematizzato (nella saggistica o anche nella  poesia) di fenomeni, funzioni, modi d'essere, metodi, teorie, esempi. E' una casistica di vita enormemente più ricca rispetto a quella che può  venire dall'esperienza reale e di cui può disporre la stragrande maggioranza delle persone, chiamiamole così, normali (nel bene e nel male). 

Questo inevitabilmente cambia di parecchio il modo in cui il lettore osserva e si rappresenta mentalmente la gente che poi s’incontra nella vita reale.
Per esempio. Una collega in ufficio arrivata da qualche mese è diventata nervosa, irritabile, acida. Sportiva, giovanile (dimostra molto meno degli anni che ha), di solito allegra,  da un po' non ci si può più parlare senza litigarci.  La tensione cresce di giorno in giorno e la cosa sta compromettendo la convivenza. 
Mettete ad un certo punto di incappare in questo passo del “Teatro di Sabbath” di Philip Roth: 
“«Non c’è niente», le dicono le vampate, «che debba ancora succedere e che possa rivelarsi un bene». Le vampate, quella presa in giro dell’estasi sessuale. È immersa nel fuoco del tempo che fugge. Invecchia di diciassette giorni ogni diciassette secondi che passa in quella fornace. La cronometra sull’orologio Benrus di Morty. Diciassette secondi di menopausa le sgocciolano sul viso. Unta come un arrosto. E poi smette, come se si chiudesse il rubinetto. Ma mentre succede, Sabbath capisce che per lei dev’essere un incubo senza fine: questa volta la cuoceranno davvero, come Giovanna d’Arco.” 
E' chiaro che ti si accende una lampadina. Poi gli esiti non sono scontati, certo. Avere una percezione di questo tipo può essere un modo formidabile per empatizzare o per ferire. Può giustificare o, al contrario, esorcizzare  la tentazione di farci contagiare dall'irritazione.  Questo dipende da come siamo fatti. In tutti i casi, dalla lettura  ci si muove ad un livello  di percezione nuovo, come se si avesse un paio di occhiali che ci svelano delle persone quel che molti altri non vedono o a cui non pensano o arrivano più tardi. Quel che chiamiamo genericamente, un fatto di sensibilità. Il che non esclude la crudeltà o la perfidia. Anzi, il lettore cronico spesso è intimamente  e subdolamente cattivo.

E’ un potenziamento del livello di coscienza, della consapevolezza? Forse. 
E’ una deformazione, una distorsione? Può darsi anche questo. 
A volte in effetti l'abitudine del leggere espone a prendere clamorosi abbagli. Per esempio buona parte del complottismo che c'è  in giro nasce probabilmente da troppe letture, magari sbagliate o male interpretate. L'ossessione di vedere trame e "grandi vecchi" che pianificano la realtà come la trama di un racconto dietro la ordinaria confusione dei fatti e degli uomini nasce anche dal  continuo percorrere capitoli.  

Così come, altro esempio, costituisce una differenza la frequenza con cui ci si costruisce un'immagine irreale, grandiosa nel bene o nel male, su  personaggi normali o magari di livello assolutamente modesto. Accade con i personaggi pubblici, incontrati attraverso i media; e accade anche nella nostra vita di tutti i giorni. Ci facciamo la nostra idea "romanzesca"  come fosse un vestito,  poi lavoriamo  ad appenderlo addosso  a dei poveretti, cercando di interpretarne o peggio di mascherarne con una sorta di male-up ai nostri stessi occhi la banalità, l'insignificanza o semplicemente la non-corrispondenza. La tendenza ad identificarci, a mitizzare o a criminalizzare viene da questa mistificazione contenuta nell'abitudine alla narrazione e quindi a modo in cui produciamo storie. Se poi c'è di mezzo la passione nascono veri mostri, autentici Frankenstein.

La realtà insomma,  da lettori di romanzi,  tendiamo a virarla sul romanzesco. D'altra parte questo non è che il corrispondente  esatto, l'opposto,  del meccanismo costitutivo del romanzo, che isola e riproduce nel laboratorio letterario pezzi di realtà. Il non lettore pragmatico da questi rischi di sicuro è più protetto. 
C'è una cosa  sorprendente e forse inaccettabile per quelli che preferiscono "vivere la vita vera", "fare i fatti", anziché  star lì a "perdere tempo" a vedere come vivono e che cosa fanno personaggi inesistenti: è che il lettore "forte" in realtà vive una vita  emozionalmente  più movimentata della loro. Cosa che è in effetti una conclusione opposta all'immagine di grigiore pantofolato del topo occhialuto da biblioteca che viene comunemente associata al lettore patologico.

In effetti a chi legge ne passano davanti agli occhi  di tutti i colori; ma l'aspetto veramente importante è un altro. E cioè che leggere modifica  il modo in cui si vivono  le  emozioni. Per schematizzare si può dire che la lettura è un esercizio di potenziamento della coscienza a cui corrisponde un esercizio di depotenziamento delle reazioni emotive. Leggere fa provare più emozioni e moltiplica le occasioni di provarne;  però le  emozioni che vengono dalla lettura sono a bassa frequenza, a intensità ridotta rispetto a quelle che proviamo in circostanze analoghe della vita vissuta. Banalmente, vai molte più volte a letto insieme con due personaggi-amanti sempre diversi, ma per quanto bravo sia a scrivere chi ti ci porta, non proverai mai quel che provi andando a letto col tuo amante. 

Le emozioni del lettore, depotenziate nell'intensità e moltiplicate nel numero e nella gamma,  si riflettono, in qualche misura  che è tutta da calcolare, nel modo in cui si percepiscono poi  le emozioni  nella vita reale. 
Da una parte c'è un effetto-vaccino. Leggendo ci  inoculiamo dosi sterilizzate di emozioni che quindi potrebbero attutire l'effetto che ci fanno quelle "piene" e progressivamente immunizzarci, almeno in parte, dal rischio di essere travolti,  quando quelle cose che le scatenano ci capitano per davvero.

Dall'altra parte, mentre leggiamo, nello spazio di attenzione mentale lasciato libero dalla bassa intensità emozionale, si infila la consapevolezza, il testimone muto che osserva, ragiona, analizza, traduce in frasi.

Mentre gli occhi seguono il susseguirsi delle parole lungo le righe in cui i due amanti fanno l'amore, dentro la nostra testa un altro occhio immagazzina dati, zoomma tra dettagli di percezioni, di umori e di pelle e poi allarga la visuale e produce descrizioni, significati, contesti, rimandi, rapporti di causa-effetto. Il suo obiettivo è completamente diverso da quella dei due amanti o da quello che avremmo noi stessi se fossimo uno dei due nella realtà;  e cioè  dare e provare il massimo piacere. Il testimone che vive nel lettore vuole invece innanzitutto sapere, vuol capire e vuol comunicare. 
Questo esercizio di comprendere e condividere  e l'allargamento che ne consegue dello spazio mentale occupato dalla consapevolezza, dalla verbalizzazione, dal pensare lungo e dettagliante   è come  un potenziamento muscolare.   L'allenamento produce effetti anche quando ci si muove nella vita reale. Da qui, anche quella percezione di pesantezza in chi ha una forma mentale più  orientata al pragmatismo, all'essere concentrati e focalizzati sull'azione.

E' quella del lettore una sensibilità emotiva amplificata per una sorta effetto-eco di quel che si prova? 
Vedersi mentre si ama la persona che si ama aggiunge il piacere del vedersi a quello di amare? Può essere. Il sesso d'altronde è la più alta forma di comunicazione tra esseri umani e aggiungere la parola pensata e magari detta al resto della strumentazione fisica di cui disponiamo, se fatto bene, non può che aumentare la bellezza e l'efficacia della comunicazione e quindi del fare sesso. Questo può valere anche per una corsa, un buon pranzo, una conversazione, una partita a tennis.
Oppure si subisce invece  una contrazione dell'energia e dello spazio mentale disponibile per la pura emozione, per il "viverla e basta"? E quindi si è più freddi? 
La storica contrapposizione che molti fanno tra il vivere, che sarebbe sano e il contemplare, che sarebbe invece  insano si estende insomma alla lettura. Probabilmente è una questione di equilibrio e di auto-attenzione. Si può solo continuare a discuterne.
Quel che è certo è che la risposta alla nostra domanda iniziale è si: ci sono due modi diversi di vivere e di raccontarsi la vita tra il lettore seriale e il non lettore. 

È evidente a questo punto che se la lettura ci cambia, arricchendoci e deformandoci persino nella sfera emozionale,   diventa molto importante anche per il nostro benessere e non  solo per la qualità  della nostra cultura approfondire due aspetti. Intanto cosa leggiamo e quindi se e come scegliamo le cose che leggiamo. E poi come leggiamo, che rapporto siamo abituati a  instaurare tra la nostra mente e le pagine che vi immettiamo. Altro discorso che prima o poi sarà il caso di affrontare. 



venerdì 13 gennaio 2017

Nascita di un Mostro (o del vero Dio)

La notizia è di questi giorni. Licenziano i consulenti finanziari. La nuova frontiera del lavoro nel mondo dei soldi, bancario e non, diventa un miraggio. Un software li sostituirà. Per giovani disperati, bancari in cerca di ricollocazione, esperti rampanti e piccoli promotori di provincia sta per arrivare la fine.  Ma non è il lamento per l’ennesima professione cancellata dalla rivoluzione informatica a far sobbalzare lo scarabookkiante. C’è qualcosa di molto più inquietante nascosto in questa notizia: è l’annunzio della nascita di un nuovo Dio o per chi a Dio non crede, di un Mostro. Vero. Immenso. Potentissimo, completamente fuori controllo. E non è fantascienza.




Parliamo di un programma informatico, ma in effetti è un gigantesco robot che della forma umana non sa che farsene, ma che è in grado di apprendere e di auto-evolversi. Un programma dentro il quale si inseriscono i dati del capitale che si vuol investire e   le preferenze di chi lo possiede. È in grado di analizzare le informazioni che raccoglie in rete, istante per istante, sul mercato finanziario globale. Non ne ignora e non ne dimentica nessuna: andamenti di borsa a livello planetario, quotazioni dei titoli obbligazionari e azionari, dei fondi, dei derivati, situazioni contabili, prospettive e rumors su tutte le società e le istituzioni, i dati-paese e quant'altro possa incidere sulla capacità di moltiplicarsi dei soldi. Elabora i dati e li mette in relazione tra loro. Quindi, sforna la migliore soluzione di collocamento possibile del capitale, con la logica del massimo rendimento sulla base  delle preferenze che gli sono sta date (livello di rischio, tempo di investimento, eccetera). Non può sbagliare. Sono algoritmi. Pura matematica applicata.  Il tutto ovviamente, in una manciata di secondi. Banche e società finanziarie lo stanno acquistando e stanno smantellando le reti di consulenza. Quel che resterà saranno mere reti di vendita e assistenza. Commessi travestiti da manager.

La finanza è già da un decennio un mondo a sé, un pianeta autonomo. Rispetto al pianeta dell’economia reale, che è il pianeta dove vivono gli uomini e in cui si producono merci e servizi, è un’altra cosa, separata e distante, per tanti aspetti concorrente. Una volta, investire il  capitale per produrre “cose” era il modo principale, anzi, in fondo, l’unico, per consentire al denaro di riprodursi, al capitale di far profitto Non è più così. Ora il suo frutto, il capitale se lo produce soprattutto da solo, semplicemente muovendosi in quel pianeta tutto suo.


In teoria, chi ha la responsabilità di gestire soldi, per esempio quelli di una banca, può ancora scegliere se usarli nell'economia cosiddetta reale, sulla terra, per finanziare la produzione di  qualcosa; oppure  spostarli lì.  In pratica, ormai la valutazione di rischi e rendimenti che, a torto o a ragione, questi uomini ogni mattina fa, sta funzionando a pieno regime come una specie di cappa aspirante. La maggior massa di  denaro da anni ormai preferisce lasciar perdere le fabbriche, le società di   servizio, i cantieri e lasciarsi risucchiare verso quell'altrove. Per una logica talmente evidente, ineccepita e universalmente accettata, da sembrare scontata: quella del massimo profitto. 

I soldi scelgono quasi per inerzia, quasi da soli, di essere lasciati liberi, piuttosto che servire per pagare macchine e lavoro umano. Liberi di muoversi da una azione ad un’obbligazione, da un derivato ad un fondo comune di investimento, da una moneta all'altra. Senza vincoli geografici, perché il capitale ha smantellato tutti i confini di stato. Senza vincoli temporali, visto che tutto è connesso e tutto funziona in tempo reale. Senza il vincolo della materia, perché sono ormai entità astratte, virtuali, incommensurabili. Nessuno sa più quanta massa monetaria c'è in circolazione. E' quasi un puro spirito. Intanto, dove vivono gli uomini manca il lavoro, mancano i soldi per i servizi pubblici, si allarga la macchia della povertà.

I Capitali sono lassù. E puntano al loro sogno antico di moltiplicarsi all'infinito, liberamente, con la certezza o l’illusione di ridurre al minimo i rischi e con la certezza comunque di non doversi perdere in intraprese fatte di mura, braccia, oggetti, attriti fisici e sociali, vincoli politici, mattane degli elettorati democratici. E’ questa evoluzione il motivo principale di quel che chiamiamo crisi, ma che crisi non è. Perché non ha nulla di transitorio e nulla di patologico. E’ semplicemente il nuovo capitalismo finanziario. Ed è anche la vera causa di quel che chiamiamo diseguaglianza: diminuiscono i soldi in mano dei tanti che sul pianeta della finanza   hanno poco o nulla, i poveri;  e invece aumenta la ricchezza dei pochi che hanno trasferito nel vero Nuovo Mondo la gran parte del loro patrimonio. Funziona così e basta, già da tempo; e nessuno sembra poterci far niente.

Solo che fino ad  oggi, chi non aveva  accesso diretto su quel pianeta, aveva bisogno, per far entrare i propri risparmi nel ciclo finanziario, di un consulente; di qualcuno cioè che gli   consentisse di decidere cosa e quando e quanto comprare e cosa quando e quanto vendere. Volendo guardare la cosa dalla parte del Capitale, supponendolo dotato di intelligenza e volontà propria (perché così è, a pensarci bene, se ci si pone con la visuale della cultura dominante), possiamo dire che prima non poteva muoversi senza una decisione umana, senza un cervello informato e ben funzionante che gli dicesse dove andare e cosa fare. Adesso invece può. Sembra un dettaglio, ma non lo è.

Il Capitale diventa  un Mostro dotato di autonomia completa, come un essere biologico. Basta farlo nascere: basta inserire la sua cifra in una macchina, collegata in rete con tutte le altre macchine informatiche. Quando questi software saranno raggiungibili dalle nostre app di home-bank, chiunque di noi sarà potenzialmente in grado di farlo. Potrà non solo  spedir soldi sul Pianeta Finanza (cosa già possibile), ma avere anche certezza che quelli sapranno da soli, grazie al nuovo software, qual è la cosa migliore da fare, una volta arrivati. Il Capitale grazie all'intelligenza artificiale e alla rete informatica si autogestirà, si governerà  da solo, per automatismi dettati dal Principio della Creazione del Valore. Una enorme fetta delle risorse che fanno la ricchezza o la povertà del genere umano in questo modo sarà fuori dal controllo degli uomini. E' un salto di qualità immenso.

Ma non nasce al niente. Sarà solo l'ultimo diaframma che salta; è l’ultima, per ora, evoluzione di un lungo processo di liberazione da tutti i vincoli, come s'è già detto.
Il salto finale di qualità che lo rende completamente autonomo. Diventerà un'entità virtuale che domina  un gigantesco videogame planetario. I suoi contatti con il nostro pianeta si limiteranno, in basso, alle dita di chi inserisce i dati: noi stessi, appunto, oppure operatori di livello basso, mal remunerati, che nulla sanno di quel che davvero accade dietro lo schermo. D'altronde, in larga parte è già così. I promotori, gli impiegati di banca, i gestori dei patrimoni finanziari non sanno esattamente cosa vendono; spesso ignorano o hanno solo il vago sospetto, che si tratti di immondizia, a volte tossica. Sanno quel che tutti possiamo leggere sulle schede-prodotto e, al limite, sui prospetti informativi. Poi c’è il segmento alto, ristrettissimo di chi per grandezza di patrimonio o competenza tecnica sarà in grado di dialogare davvero con “il sistema”. Si illudono di gestire, ma non è vero. E comunque anche i loro spazi sono destinati a restringersi sempre di più. Alle élite resteranno i privilegi; non  il potere. Non tutto almeno. Non possono mettere in discussione il Principio, che è ormai una sorta di legge di natura. D'altronde, la logica del Mostro, i suoi algoritmi sono “scientifici”, impersonali, inumani. Si sono affrancati dagli uomini che li alimentano e degli umani ammetteranno sempre meno intuizioni, preferenze, convenienze, idiosincrasie, imperfezioni, devianze, ingerenze, eccezioni.

Il che non significa che il Mostro non abbia una sua etica. Al contrario, ha dentro e alle sue radici una vera religione, l'unica vera fede dominante sul nostro pianeta. Ed è la fede nel potere salvifico della libera circolazione dei capitali, del libero mercato: il Liberismo. 
E dunque, se ha vinto l’idea che il Capitale sceglie sempre, in condizioni perfette, di mercato perfettamente trasparente, la sua migliore allocazione, quella in grado di dargli il miglior rendimento, allora, se sa da solo cosa fare di se, è giusto che sia totalmente libero di autodeterminarsi. Non c’è alcun bisogno e non è neppure giusto, nella sua logica mistica, che gli uomini ci mettano le mani.




Se credi nella sua religione, nel Liberismo, il Capitale Finanziario puoi anche vederlo come God, come Dio e il suo pianeta come il suo eterno, infinito, mistico Paradiso. E’ lui che ha ed avrà sempre più in mano le nostre risorse, i mezzi della sussistenza del genere umano, il nostro destino. 
Per lo scarabookkiante, questo, adesso che se ne vedono bene le sembianze, semplicemente è il Mostro. E anche il motto iscritto da più di due secoli su ogni dollaro assume da oggi un altro significato: più esatto, quasi letterale. Mostruoso, appunto.

domenica 1 gennaio 2017

La vita: facciamo prima una prova generale o la rigiriamo?

Chiacchierando con un'amica del più e del meno si finì col parlare di Dio  e della presunta Perfezione del Creato.

Naturalmente, trattandosi di amicali pettegolezzi se n'è parlò male (d'altronde, degli assenti sempre male si parla): dell'Uno e, al pari,  dell'Altra. Perfetto per niente, insomma, secondo noi, come lavoro, il Creato.

Lo scarabookkiante guardando in particolare a quel che più direttamente ci riguarda, alla nostra vita di umani, ricordò quel che una volta disse Vittorio Gassman.
Un uomo che a lungo si è torturato, cadendo in feroce depressione, pensando all'idea di dover morire. Di sicuro  molto malvolentieri l'ha abbandonata lui, la vita. Un giorno in un'intervista  disse che per ogni commedia ben allestita, prima della rappresentazione vera, definitiva, almeno una prova generale bisogna farla. Anche per la vita, Diobbono, avrebbe dovuto prevederla! Aver pensato di far svolgere tutto in un'unica rappresentazione improvvisata, così, davanti a tutti, è stato un errore imperdonabile; di sicuro, una scelta poco professionale, da parte di chi ha messo su lo spettacolo. Farebbe bene a ripensarci.


Un altro attore aveva una teoria diversa; non meno ragionevole e non meno originale. Non sappiamo delle due qual è quella che più ci piace. L'una o l'altra, sarebbe comunque meglio di com'è adesso. Altro che perfezione del Creato! Woody Allen pensava che  il lavoro del Creatore sulla vita umana piuttosto che male fosse venuto in verità capovolto.
Per farcela godere fino in fondo (si fa per dire) gli basterebbe solo rigirarla all'incontrario.  Tutto sommato, anche con poca fatica.


Si cercava qualcosa di bello da augurarci per il nuovo anno e ci siamo lasciati nell'indecisione. Ognuno scelga la soluzione che preferisce e auguri di Buon Anno Nuovo a tutti.